La scorsa legislatura è stata connotata da forti tensioni tra potere politico e magistratura, con frequenti interferenze del primo sull’attività della seconda. Ci si attendeva, nella nuova, un radicale mutamento di rotta, in armonia con le dichiarazioni programmatiche. Si registra, invece, un’inquietante continuità di indirizzo, come denota il caso dell’inchiesta Why Not della procura di Catanzaro.
Appare a dir poco sconcertante che a chiedere per ‘motivi di particolare urgenza’ il trasferimento cautelare del pubblico ministero procedente sia lo stesso guardasigilli implicato nelle indagini. E’ vero che l’iscrizione nel registro degli indagati è successiva a tale richiesta, ma è altrettanto vero che il coinvolgimento del guardasigilli nelle indagini era da tempo di pubblico dominio. Tanto meno si giustifica l’inusitato provvedimento di avocazione con cui il procuratore generale facente funzioni ha sottratto l’inchiesta al magistrato procedente, sul presupposto di un’incompatibilità per ‘interesse nel procedimento’ ai sensi dell’art. 36 c.p.p. Prudenza avrebbe voluto che, prima di adottare un provvedimento così eccezionale, si attendesse l’esito del giudizio disciplinare; in sua assenza si può rovesciare il discorso a base dell’avocazione ed ipotizzare, con almeno pari plausibilità, un ‘interesse’ del ministro a liberarsi del proprio inquirente e a precostituire cause di incompatibilità attraverso l’azione disciplinare. In questo quadro la revoca dell’avocazione e la restituzione dell’indagine al suo originario titolare sono i passi necessari perché non sia ulteriormente minata la già precaria fiducia del cittadino nell’amministrazione della giustizia e nell’uguaglianza davanti alla legge.
Quanto alla circostanza che il pubblico ministero dell’inchiesta Why Not abbia pubblicamente denunciato l’illegittimità dell’avocazione e – insieme ad altri colleghi – pressioni e intimidazioni da parte di soggetti istituzionali, va senza dubbio riconosciuto che competano ai magistrati doveri di riserbo nei riguardi dei mass-media; ma è solo assicurando le condizioni per la legalità e l’autonomia delle indagini, che si può pretendere l’osservanza di quei doveri.29 ottobre 2007
Sergio Chiarloni (università di Torino)
Mario Dogliani (università di Torino)
Paolo Ferrua (università di Torino)
Rosanna Gambini (università di Torino)
Andrea Scella (università di Udine)
December 19th, 2007
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Gyles |
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Mi sono preso una pausa di 10 giorni dal mio blog di riflessione, per capire meglio cosa stava accadendo in questi giorni. È vero che anche se scrivo cose inesatte o stupide, nessuno si lamenta perché tanto questo blog lo leggiamo s’ e no in 3-4. Ad ogni modo ci tengo a scrivere delle cose quanto meno discutibili.
Finalmente siamo arrivati ad una fine per quanto riguarda la decisione da prendere su De Magistris, il magistrato che di punto in bianco è diventato conosciuto ai più, solo perché stava facendo un po’ troppo bene il suo lavoro. Anzi, non so se lo faceva bene, fatto sta che di sicuro lo faceva nel pieno rispetto della legge, quella legge che però se tutti la controllano, poi non si può più eludere.
Un giorno l’Onorevole Senatore Sindaco Ministro di Grazia e Giustizia Clemente Mastella decide di spostare il magistrato dai suoi incarichi per incompatibilità ambientale. De Magistris è infatti accusato di aver taciuto il nome di un indagato al suo Procuratore Capo e altri tecnicismi. Peccato che il nome sia stato taciuto perché parente del capo. Ha fatto bene? Yes\No\Retry\Abort. Si può discutere parecchio. Questa discussione è solo polvere negli occhi, non c’entra nulla con il vero nocciolo della questione, che è ben più grave e potenzialmente dannosa per tutti.
Il Presidente del Consiglio Romano Prodi e il Ministro Mastella apparivano nell’indagine “Why Not”, e quest’ultimo, sollevando De Magistris, ha di fatto interrotto il procedimento dell’indagine.
Ora il panorama che si prospetta è alquanto paradossale. Al posto di De Magistris arriverà un nuovo magistrato, che avrà davanti a sé due opzioni: lasciar perdere l’inchiesta per paura di essere a sua volta trasferito oppure procedere, con la probabilità di essere trasferito.
Il magistrato per poter procedere con una indagine deve quindi avere il consenso del politico di turno. Si tratta di una sottomissione di fatto della magistratura alla politica. Gelli ringrazia.
Stiamo parlando di una grave invasione di campo della politica nell’attività giudiziaria che non può essere tollerata in uno stato di diritto come il nostro, a meno che non si smetta di considerarsi uno stato di diritto, in tal caso tutto è accettabile.
Un indagato che si sceglie il proprio giudice non si è mai visto, o forse sì, nel Governo Berlusconi, quando gli indagati erano in grado di decidere dove farsi processare (e relativi giudici di ruolo). Il Governo odierno si sta comportando come il vecchio, si difende dal processo, anziché nel processo.
October 25th, 2007
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Gyles |
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